Ischia News ed Eventi - Napoli, l’indomita la prima città italiana liberata dal nazifascismo di Giuseppe Mazzella

Napoli, l’indomita la prima città italiana liberata dal nazifascismo di Giuseppe Mazzella

Storia
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Luigi Barzini Jr aveva studiato giornalismo negli Usa, dove il giornalismo aveva le università 100 anni prima degli italiani, poi fu sempre diviso tra due culture e due lingue ma scrisse sempre con la stessa tecnica.

Il suo libro più famoso è dedicato proprio agli “italiani” visti da lui. Ricordò un aneddoto che lessi oltre 50 anni fa che mi rimase impresso: “Ricordo la prima lezione di giornalismo nella università americana. Il professore iniziò dicendoci che il primo giornalista della storia è stato Dio Padre nel primo versetto della Genesi. Dio disse: sia fatta la luce. E la luce fu.” Cito a memoria come insegnamento permanente della capacità del giornalista di dire tutto nel più breve spazio possibile, con il minor numero di parole, ma tutte essenziali in modo che il lettore possa conoscere tutto o comunque quello che conta di un argomento.

Da allora, da quell’aneddoto di Barzini, ho sempre pensato che il lavoro di giornalista è diverso da quello dello scrittore. Lo scrittore non ha limite di spazio. Il libro può avere un numero di pagine indeterminato all’inizio della fatica dello scrittore. Il giornalista no. L’articolo, che in gergo si chiama “pezzo”, deve entrare in una pagina. La lunghezza del pezzo è fissata dal redattore. Al giornalista è richiesto un “pezzo” nelle “cartelle” imposte dal redattore o direttore addirittura del giornale. Tutti i giornalisti sono stati ossessionati dallo “spazio”, dalla scrittura nel più breve spazio possibile ma capace di raccontare al meglio una vicenda in modo che il lettore possa capire tutto. Perciò ritengo che, pur essendo l’uso della scrittura lo strumento comune, il mestiere di giornalista è diverso da quello dello scrittore e forse i più grandi giornalisti non sono stati grandi scrittori.

Questa lunga premessa — che cozza proprio col comandamento della brevità essenziale del mestiere — mi è venuta alla penna vedendo e leggendo il libricino di Domenico Pennone “Indomita - le quattro giornate di Napoli 27-30 settembre 1943” edito da Giannini per la collana “Sorsi”, indicativa di un progetto editoriale di raccontare storie nel più breve spazio, nel più piccolo dei formati, al costo più basso possibile (solo 6 euro) in modo da permettere un ampio accesso a un vasto pubblico.

Poiché con Domenico “Mimmo” Pennone ho trascorso 7 intensi anni di comune lavoro giornalistico e politico e culturale all’ufficio stampa della Provincia di Napoli dal 1995 al 2002 col presidente prof. Amato Lamberti, che era anche un giornalista, quei 7 anni coincisero con la stagione del “Rinascimento” napoletano, cioè con un periodo storico in cui la nostra città volle e seppe “rinascere” dopo la terribile stagione della decadenza non solo economica ma morale del decennio degli anni ’80.

Vivemmo con Mimmo quella stagione di rinascimento. Partecipammo con passione alle iniziative della Provincia insieme a quelle del Comune per la ripresa economica, sociale, culturale di tutta l’area metropolitana e le isole partenopee, costituita da 92 comuni, ognuno autonomo dall’altro e senza alcuno spirito di elementare concertazione.

Il nostro ufficio stampa non fu solo un servizio “tecnico” di diffusione di note, ma ufficio di redazione e partecipazione a un vasto progetto di rilancio di un’area vasta dalla enorme complessità. Napoli era ed è la nostra città capitale che portavamo nella mente e nel cuore.

Sia io che Mimmo non appartenevamo al giornalismo asettico o senza colore o, peggio ancora, a quello dall’obiettività apparente ma sostanzialmente di destra. Venivamo lui dal PCI ed io dal PSI, ed ambedue dagli stessi studi in scienze politiche ed economiche, quindi avevamo insieme il piacere del confronto e della polemica.

Dopo anni di lavoro nel rigoroso indirizzo nel giornalismo di agenzia, come avevamo organizzato il nostro ufficio, Mimmo ha voluto scrivere il libro politico sulla sua città ma con rigore storico e nel più breve spazio possibile. Così fa una cronaca essenziale di quelle 4 giornate di settembre del 1943 in cui Napoli si liberò da sola con la lotta eroica di 1589 napoletani uomini, donne, ragazzi. Ed ebbe i suoi eroi, come il piccolo Gennaro Capuozzo e Maddalena Cerasuolo, l’unica donna italiana ad essere insignita di una medaglia al valore militare.

Le quattro giornate furono una insurrezione popolare che anticipò la lotta organizzata della Resistenza. Mimmo vuole ricordare con quelle 4 giornate lo spirito indomito dei napoletani che sanno proprio nel momento più tragico di una generazione trovare la forza e il coraggio per la resistenza e la rinascita.

Questo Mimmo vuole indicare ai giovani dedicando il suo libro a suo padre “che gli ha insegnato a ricordare”. È un insegnamento che condivido con la sua stessa commozione.

G. M.